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ANCHE IL PNRR VERSO IL DISASTRO

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PNRR A PASSO DI LUMACA VERSO IL DISASTRO – A BRUXELLES SONO INCAZZATI PERCHÉ I CONTATTI PER LA REVISIONE DEL RECOVERY VANNO A RILENTO. COLPA ANCHE DEL FATTO CHE NÉ FITTO NÉ MANFREDI SELVAGGI, IL CAPO DELLA NUOVA STRUTTURA DI MISSIONE DI PALAZZO CHIGI, PARLANO INGLESE – IL CASO ESPLOSIVO DEL SUPERBONUS: 13,5 DEI 75 MILIARDI SPESI PER QUESTA MISURA VENGONO DAL PNRR, E ORA BRUXELLES VUOLE VEDERE RISULTATI AMBIENTALI, CHE NON CI SONO…

Prima che Giorgia Meloni ripartisse dal G7 di Hiroshima, Ursula von der Leyen deve aver cercato di parlare riservatamente alla premier. Almeno era la sua intenzione, dettata da una preoccupazione della presidente della Commissione Ue: lo stallo con l’Italia su vari aspetti del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Perché non c’è un fronte solo. Ce ne sono vari con ricadute sui progetti aperti, sulla revisione dei piani, sul versamento totale (o parziale) delle rate del Pnrr e dunque sulla gestione della liquidità del Tesoro in un anno particolarmente impegnativo perché andrà piazzato sul mercato un volume di titoli pubblici molto elevato.

Ciò che ha spinto Von der Leyen a sollevare il tema con Meloni è che il rapporto di lavoro fra Roma e Bruxelles sul Pnrr non sarebbe fluido. Almeno a livello superficiale, un ostacolo deriverebbe dal fatto che non parlano inglese né il ministro agli Affari europei Raffaele Fitto — delegato al Pnrr — né il capo della nuova Struttura di missione rafforzata di Palazzo Chigi, il magistrato della Corte dei conti Carlo Alberto Manfredi Selvaggi.

I due terrebbero riunioni in videoconferenza con gli uffici europei preposti al Recovery ogni sette o dieci giorni, senza contatti costanti. E almeno in un caso si sarebbero serviti di un funzionario di Bruxelles portato dal precedente governo a Palazzo Chigi, Claudio Casini, per farsi tradurre le proprie affermazioni e le risposte dei funzionari europei.

A Bruxelles c’è irritazione perché il governo italiano, dopo averla annunciata fin da febbraio, continua a rinviare la sua proposta di revisione del Pnrr e di integrazione con i piani di RepowerEu sull’energia: la Commissione vorrebbe essere informata prima della presentazione formale, per valutare nel merito e preparare con l’Italia un pacchetto che passi il vaglio di tutti i governi europei (soprattutto i finanziatori netti del Piano, a Berlino o all’Aia).

Invece Fitto tiene per ora coperte quasi tutte le sue carte. Il ministro dice di voler prendere tempo almeno fino a estate inoltrata, anche se paradossalmente parte della revisione coinvolge alcuni dei 27 obiettivi che l’Italia dovrebbe – in teoria – centrare a giugno per poter chiedere l’erogazione della prossima rata del Pnrr da 16 miliardi di euro (la quarta della serie).

L’insofferenza nella Commissione su questo punto è palpabile. Di certo quasi tutte le riunioni in video Roma-Bruxelles (con traduttore) si stanno concentrando non sulle mosse future, ma sul passato. In particolare, sui passi che mancano per sbloccare la terza rata da 19 miliardi che l’Italia ha chiesto fin da gennaio.

Sarebbero risolti i problemi più noti, come le concessioni portuali, ma da Bruxelles c’è irrigidimento su varie questioni minori: per esempio, si esige che passi al vaglio del Parlamento e venga pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto già varato dal ministero dell’Ambiente sul passaggio al libero mercato delle utenze elettriche nel 2024.

C’è anche un tema più concreto: giorni fa la Ragioneria dello Stato ha pubblicato la nota sulla finanza pubblica nei primi quattro mesi dell’anno e le notizie non sono buone. Non è tanto che il fabbisogno, di 65,7 miliardi, a fine aprile è già di 42 miliardi più alto rispetto a un anno fa; soprattutto le disponibilità liquide del Tesoro, quelle che servono per i pagamenti correnti dello Stato, viaggiano a soli 40 miliardi, mentre erano al livello sicuramente elevato di cento miliardi a fine aprile del 2021 e del 2022. Insomma, la disponibilità di tesoreria del governo non è certo abbondante.

La ragione in gran parte è legata al Pnrr. Il Tesoro ha infatti impostato il suo calendario di emissioni di titoli di Stato (che servono a dare la liquidità con cui funziona lo Stato) presumendo che il governo avrebbe puntualmente incassato da Bruxelles i 19 miliardi della terza rata del Recovery e i 16 della quarta.

Ma la prima resta bloccata in un contesto di rapporti freddi e tesi; e la seconda a giugno rischia seriamente di esserlo perché l’Italia non centrerà alcuni dei 27 obiettivi previsti. Anzi ha già chiesto revisioni per dieci di essi, di cui tre o quattro sostanziali.

Il caso più esplosivo riguarda il Superbonus, perché 13,5 dei 75 miliardi spesi su di esso vengono dal Pnrr e ora Bruxelles vuole vedere risultati ambientali, che non ci sono: l’accordo prevedeva che si sostituissero grazie al credito d’imposta solo caldaie a gasolio, mentre sono state sostituite quasi solo caldaie a gas con altre caldaie a gas.

Ora Fitto e Meloni sono a un bivio. Il Tesoro ormai ha bisogno di sapere al più presto se deve prepararsi a collocare bond sul mercato per 20-40 miliardi più del previsto nei prossimi mesi. Non sarebbe certo una sfida da poco: con la fine del sostegno della Banca centrale europea e un fabbisogno elevato, questo è già l’anno di maggiori emissioni destinate al mercato dall’inizio dell’euro (circa cento miliardi). Una via d’uscita ci sarebbe: l’Italia può accettare pagamenti parziali da Bruxelles, defalcando le somme legate agli obiettivi del Pnrr ancora in sospeso. È una possibilità legale. Ma presuppone una chiarezza sui piani futuri che, per il momento, si fa attendere.

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