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BERLUSCONI RESE VINCENTE ANCHE IL MILAN

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“….Era un frugolo svelto e allegro che scortava il padre Luigi la domenica a San Siro, mano nella mano, a patire e a gioire insieme. Era l’Italia del dopoguerra, era il Milan dei Puricelli, dei Carapellese e poi, alla fine degli anni ’40, il Milan del trio Gre-No-Li. Quarant’anni dopo, domenica 23 marzo 1986, tutta San Siro invoca il nome di quel bambino, nel frattempo diventato adulto, telegenico e facoltoso. Il Milan perde in casa con la Roma di Eriksson. Al gol decisivo di Roberto Pruzzo, esplode la protesta e partono i cori. E’ la prima volta che il nome di Berlusconi viene invocato a San Siro. Tutti lo vogliono. E’ la volontà popolare. Berlusconi ama la volontà popolare. Adora i bagni di folla. Sa cosa sono le chiamate del destino. Non si sottrae. Rompe gli indugi. L’uomo che salverà il Milan dai tribunali è un imprenditore non ancora cinquantenne, che ha inventato il business della televisione commerciale, in attesa di reinventare il business del calcio e i rituali della politica. Un seduttore nato. E’ lui che rilancerà nel mondo il marchio Milan, rifondando l’azienda e risanando i conti.

La fumata bianca arriva la sera del 24 marzo, ventiquattro ore dopo il plebiscito di San Siro. A chiudere la trattativa sono il fratello Paolo, Fedele Confalonieri, Adriano Galliani e Giancarlo Foscale. E’ il più melassico telegenico dell’epoca, Cesare Cadeo, a dare la notizia ai giornali. “Da un punto di vista economico abbiamo fatto una puttanata, ma non potevo tirarmi indietro: abbiamo preso il Milan”, comunica il neopresidente ai suoi intimi. Fine di un incubo. Berlusconi eredita una società malata, un totem logoro, Nils Liedholm, e un mare di debiti. Silvio Berlusconi irrompe a via Turati come il salvatore della patria. Si presenta da presidente in doppiopetto, ma si sarebbe presentato volentieri anche in tuta da allenatore. Sdoppiarsi, triplicarsi, quintuplicarsi gli riesce facile. S’intuisce quante volte, in più di vent’anni alla guida del Milan, abbia dovuto farsi violenza per impedirsi di alzare il telefono e dettare la formazione con tattica incorporata all’allenatore di turno. In qualche caso quel telefono lo ha alzato.

Chiedere a Sacchi, Capello, Zaccheroni e allo stesso Ancelotti, per conferma, quando “Sua Emittenza” diventava “Sua Interferenza”. Gli era bastato da giovane allenare l’Edilnord, la squadra del suo passato immobiliarista, punta di diamante il fratello Paolo, per convincersi di saperla lunga in panchina. Convinzione, del resto, che gli veniva naturale di qualunque cosa si occupasse, dalla botanica alla cucina, di come sellare un cavallo o addomesticare un canguro. “Io allenatore del Milan? Perché no?…Ho una grande considerazione di me stesso. Non ci sono limiti a quello che posso fare. Potrei fare il giornalista, il parroco, mille altre cose, di sicuro l’allenatore”. Testimoni sparsi giurano che, prima di prendersi il Milan, Berlusconi fu a un passo dal comprare l’Inter, quando Ivanhoe Fraizzoli era allo stremo delle forze e delle risorse. Sarebbe stato Sandro Mazzola a indurlo in tentazione…Fraizzoli gli propose il cinquanta per cento della società e Berlusconi ci pensò seriamente. Fu l’illuminato avvocato Peppino Prisco a sconsigliare Ivanhoe e fu un bene per tutti.

Gli fece capire che con Berlusconi al fianco, anche al quarantanove per cento, non avrebbe più deciso nemmeno il colore delle sedie di Appiano Gentile. L’Inter finì a Ernesto Pellegrini e Berlusconi si riversò anema e core sul boccheggiante Milan, in totale sintonia con la sua storia e la storia di suo padre. Il nuovo Milan riparte dalle fondamenta, rifondare la società e risanare i conti. Per la prima volta una squadra di calcio viene inquadrata secondo le logiche dell’impresa a cui applicare regole manageriali, studi di marketing e vincoli economici. La società e la squadra sono due realtà solidali ma distinte, la prima pianifica, la seconda vende emozioni. L’una non esiste senza l’altra. Berlusconi restituisce Milanello alla sua funzione storica, bunker inaccessibile di uomini che si addestrano per l’impresa: diventare in tempi brevi il club numero uno al mondo.

Berlusconi si prende il Milan, immaginando di dover investire il primo anno una ventina di miliardi. Si sbaglia di grosso. Per difetto. Dentro il pacco Milan, Berlusconi e i suoi trovano una situazione molto, ma molto più pesante, come ricorda Galliani, costretto allora a inseguire panettiere, macellaio, farmacista di Carnago, decisi a sospendere le forniture per eccesso di crediti. Ma non è un Milan tutto da buttare. In quella squadra giocano già con alterne fortune Tassotti, Maldini, Baresi, Filippo Galli, Evani. E’ anche il Milan dei Paolo Rossi e dei due inglesi, Hateley e Wilkins. Il finale di campionato è disastroso, solo un punto nelle ultime cinque partite, salta anche il posto Uefa. Peggio di così non poteva cominciare l’era Berlusconi. Uno che non si abbatte facile. Conferma senza troppa convinzione Liedholm in panchina per la nuova stagione, rinunciando senza particolari languori a un ruolo per Gianni Rivera. Prende Giovanni Galli e Massaro dalla Fiorentina, Bonetti dalla Roma, più Galderisi e Donadoni, il gioiellino dell’Atalanta.
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