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GAZZELLE DA POSTINO AL CONCERTO SOLD OUT ALLO STADIO OLIMPICO

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DA STUDENTE SOMARO E POSTINO “NEGATO”, AL CONCERTO SOLD OUT ALLO STADIO OLIMPICO: L’ASCESA DEL CANTANTE GAZZELLE, NOME D’ARTE DI FLAVIO BRUNO PARDINI – “A SCUOLA ERO UN DISASTRO, POI NON SO PERCHÉ MI ISCRISSI A GIURISPRUDENZA SONO SCAPPATO DOPO 2 MESI” – “HO LAVORATO IN BAR, PIZZE AL TAGLIO E ALLE POSTE. GLI ANZIANI DELL’UFFICIO GIURARONO CHE NON AVEVANO MAI VISTO IN TANTI ANNI UN POSTINO PEGGIORE DI ME” – “SUONARE ALL’OLIMPICO È UN SOGNO. MI RICORDO CHE FECI UNA FOLLIA PER VEDERE IL CONCERTO DI VASCO, ERO UN PISCHELLO E…”

Gazzelle all’anagrafe si chiama Flavio Bruno Pardini. Ha 33 anni e venerdì realizza il suo sogno: sarà in concerto allo stadio Olimpico, nella sua Roma «stronza e bellissima».

Preoccupato? Nervoso? Felice?

«Concentrato. Arrivo a suonare alla stadio dopo aver fatto tanti step: i piccoli locali, quelli più famosi, i palasport. Se tante persone mi seguono è perché non li ho delusi (per venerdì rimasti pochissimi posti, ndr)».

Se non vuoi parlare del futuro, parliamo del passato. Scuole?

«Un disastro. Il primo anno l’ho fatto al Mamiani e mi hanno bocciato. Poi promosso. Il secondo ancora lì mi hanno ribocciato… e così via praticamente fino a quando ho strappato la maturità in un’altra scuola».

Poi?

«Non so perché mi iscrissi a Giurisprudenza, io che non avevo voglia di studiare. Sono scappato dopo 2 mesi. Mi sono iscritto a Lettere, ma sono durato 2 settimane: mi annoiavo e a lezione dormivo sempre».

Che lavori hai fatto?

«Il banchista in un baretto di Monti, lì ho scritto Demodè (“Ma da dentro il bar il cielo è grande. Solo la metà”). Poi ho lavorato in una pizzeria a taglio: il mio manager, Antonio Sarubbi, mi è venuto a pescare proprio lì. Ricordo che ho dato le dimissioni dicendo “scusate devo andare in tour”».

Ma è vero che hai fatto anche il postino?

«Sì, una sostituzione di tre mesi. Gli anziani dell’ufficio giurarono che non avevano mai visto in tanti anni un postino peggiore di me. Facevo un casino, però mi divertivo».

Concerti all’Olimpico?

«A quello di Ligabue andai addirittura da solo».

Altri?

«Tanti, da Ed Sheeran a Mengoni. Ricordo quello di Vasco. Ero pischello, poco più che maggiorenne. Eravamo rimasti fuori, senza biglietti. Verso la fine, facemmo una follia e riuscimmo a entrare (lo dico?) per l’ultimo pezzo: cantò Albachiara. Scoppia a piangere. Ma mi girai e piangevano anche i miei amici».

Fai quello che ti piace, stai coronando un sogno. Eppure c’è sempre un velo di pessimismo nelle tue canzoni.

«Sono io. Sono sensibile. Mi sembra che il mondo stia andando a rotoli e questa cosa la sento».

Anche Roma è cinica e romantica?

«No, Roma è stronza. Ed è bellissima così».

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