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40 ANNI DI VITA SPERICOLATA

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“VITA SPERICOLATA? È IL PEZZO PIÙ FRAINTESO DELLA STORIA” – IL BRANO STRACULT DI VASCO ROSSI COMPIE 40 ANNI: “ERA UNA CANZONE NATA DALLA SBORNIA DI OTTIMISMO INGENUO DEGLI ANNI OTTANTA. CANTARE “VOGLIO UNA VITA MALEDUCATA” A SANREMO ERA UNO SBERLEFFO A TUTTA LA PLATEA A QUEI TEMPI MOLTO INGESSATA E ANCHE A QUELLI CHE GUARDAVANO DA CASA. GLI ALTRI CANTANTI MI GUARDAVANO COME FOSSI VENUTO DA MARTE, ROMINA POWER MI AVEVA LANCIATO UN’OCCHIATA ELOQUENTE, COME SE FOSSI STATO L’ULTIMO DEGLI UMANI” –

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Domani «Vita spericolata» compie 40 anni. Il 3 febbraio 1983, un giovedì, Vasco Rossi sul palco dell’Ariston intonò per la prima volta l’inno a un futuro movimentato, più amico delle notti insonni che non del posto fisso, con il quale mirava a conquistare attenzione dai giovani spettatori di un Festival ancora polveroso ma ansioso di futuro.

Come festeggia i 40 anni, Vasco? E che cosa voleva essere davvero «Vita Spericolata»?

«Dovrei dire a tarallucci e vino, come si fa sempre in questo Paese un po’ balzano. Era una canzone nata dalla sbornia di ottimismo probabilmente ingenuo degli Anni Ottanta, che veniva dopo la grande illusione del sogno di poter cambiare il mondo o almeno il sistema che metteva al centro la merce, il profitto, il consumismo, la pubblicità, invece che l’uomo. Con la sconfitta dei Settanta e il delirio delle Brigate Rosse, s’era infranto tutto. Ma poi: chi non vuole una vita spericolata a 30 anni? Una vita piena di avventura… È una delle canzoni più fraintese della storia dell’umanità, è un inno alla vita vissuta spericolatamente, nel senso di intensamente. È venuta fuori dalla mia anima, avevo alle spalle già anni di canzoni e vita sui palchi. Poi finì nell’album “Bollicine”, e dilagarono tutti e due».

Facciamo un po’ di storia.

«Nel 1982, dopo “Vado al massimo”, Ravera mi disse che dovevo tornare per riconoscenza. E io: guarda che son venuto a febbraio e ho fatto il matto perché volevo farmi notare. Non posso tornare a fare il matto, perché dopo dovrei andare a lavorare in un circo. Continuavo a rifiutare, ma a settembre magicamente, dopo molto tempo a lavorarci, venne fuori il testo per la bellissima musica di Tullio Ferro. Mi nacque la frase “Voglio una vita spericolata” e poi tutto il resto: per me, quando a un artista arriva una canzone così, poi può anche finire lì la carriera. E ho pensato: “Questa qui la voglio cantare a Sanremo, cantare “voglio una vita maleducata”: era uno sberleffo a tutta la platea a quei tempi molto ingessata e anche a quelli che guardavano da casa. Una canzone che meritava».

Come ricorda l’ambiente musicale?

«C’erano tutti i cantanti che si preparavano, molto attenti a com’erano vestiti. A me sembrava di essere al cinema, in un mondo diverso dal mio. Loro mi guardavano come fossi venuto da Marte e viceversa, senza offendere nessuno. Tanti li avevo visti in tv da piccolo, avevano preoccupazioni diverse dalle mie e volevo dare una scossa. Ancora mi ricordavo che l’anno prima, dietro le quinte, Romina Power mi aveva lanciato un’occhiata eloquente, come se fossi stato l’ultimo degli umani; e il vincitore Riccardo Fogli mi aveva rincuorato: “Non mollare, prima o poi ce la farai pure tu».

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